svuotatoio

mandarini

a volte do agli altri la colpa della mia debolezza di fronte al mondo, il trasmutarmi occasionalmente in un essere indegno ossessionato da un vago senso di colpa e dubbi ancor più vaghi. in preda di una vitalità sonnolenta che ricorda l’ebbrezza dell’aver bevuto, vivo immersa in una incerta umanità forte e comoda, edonista e spensierata. come fossi circondata da animali abbastanza amichevoli, fatui e mediamente intelligenti, mi immagino che loro sì, vivano più saggi e felici, inconsapevolmente.

non sono adatta e neppure adattabile alla socialità in generale. esco poco perché vado a dormire presto e ho tempistiche che mal si accordano all’iperconnessione. non ci sono e non ci sarò praticamente mai quando serve esserci, quando tutti fanno fumare dita in ferventi discussioni sull’argomento del giorno. me ne accorgo velocemente come Internet Explorer e pertanto mi ritrovo a discuterne con me stessa perché tooo much ooooold!
io ho pazienza, so ben ascoltare e ancora meglio stare in silenzio.
e siccome mi ritengo banalmente normale e non dispongo di eccezionalità da fuochi d’artificio letterali, lascio che dopo poco tutto finisca nell’oblio.
esercizi di quotidiana modestia, contro la spocchia e sicumera imperante.

suggerimento

lapis

Certe vite, certe persone, è come se fossero dei fermi immagine senza rotondità. Passano da una situazione ad un’altra e mi paiono immagini pubblicitarie pronte a vendermi l’idea dell’esistenza perfetta.

Cosa credo di fare di me stessa? Cosa credo di dover essere, di dover apparire, di dovere? Non ho nessuna intenzione di sgomitare, alcun interesse a lasciare il segno, neppure una vaga intenzione di sentirmi eccezionale.
Rivendico il diritto alla mediocrità, ma senza sbraitare e scrivendolo minuscolo, ché alla fine chi se ne importa.

Non c’è nulla di obbligatorio.
Non è obbligatorio scrivere.
Non è obbligatorio leggere.
Non è obbligatorio esternare la propria opinione sempre e comunque.
Non è obbligatorio restare e neppure andarsene.
Non è obbligatorio affannarsi per prevaricare e ottenere cosa? Neppure polvere tra le dita, ché sono in frenetico movimento.
Non è obbligatorio lamentarsi o all’opposto cercare qualcuno nella cui rete da strascico insinuarsi.
Non è obbligatorio. È solo leggerezza da vivere come meglio si crede.

zitto

Questa mi pare una notte che divora tutto il cielo, attendo il momento di coricarmi con il timore di ripiombare nella pece oscura dei cattivi pensieri.
Mi muovo senza motivo, sposto il corpo e gli oggetti, riempio la bocca di parole e le mani di gesti, soltanto per sovrastare con inutilità ripetute all’infinito il tremore che soffoca la gola.

A volte mi trovo a pensare che non siano sempre i cattivi ad essere veramente pericolosi, ma i vinti, gli amareggiati, quelle persone che sono infarcite di pochezza e vuote nelle loro azioni. Così irrimediabilmente piccoli, tuttavia si credono grandi. E da questa posizione, nascosti ai più perché uguali a tanti altri e banalmente anonimi, modellano orrore attingendo copiosamente dalla frustrazione che li avvolge.

copriletto

Mi piace pensare, pensare a cose che non siano me.
Mi piace osservare, immaginando il prima e il dopo delle persone che passano.
Mi piace il silenzio, da sola o in compagnia, sapere che è sincero e non nasconde paure o imbarazzi. Mi piace quando è come casa.

Ma questa ansia di essere speciali, fuori dall’ordinario, sopra le righe, imprevedibili, avventurosi, sempre sul pezzo, pronti, attivi e reattivi, misteriosi, affascinanti, interessati a ciò che conta ma con innumerevoli interessi di nicchia, addentro alle cose ma sfuggenti il mainstream. Questa necessità di sentirsi individui unici in mezzo a repliche sbiadite.
Ma che fatica! Ma che stanchezza! A me piace stare nel mio piccolo spazio con le mie piccole cose.


Non voglio essere straordinaria, mi basta essere lasciata in pace.

a te e progenie oscura

bambù

io scrivo come parlo.
o meglio, quando scrivo mi parlo in testa e sento l’intonazione delle parole, la cadenza che do alla frase, le pause della punteggiatura. e sapendo quello che voglio scrivere so anche come modificare il ritmo della voce se, ad esempio, apro delle parentesi o faccio degli incisi.
però poi mi rileggo e insomma,  non mi pare sia così immediato.
forse troppe virgole? forse mal posizionate? controllo sempre che lo spazio dopo la virgola ci sia, altrimenti si perde un respiro. dovrei sentire altri che leggono le mie parole, chissà che pause fanno.
chissà se quando leggo parole scritte da altri, le leggo nel modo in cui si sono formate nella loro testa. chissà se sentirle lette da altri ne cambia il significato. chissà cosa si vede tra gli spazi nelle parole, chissà cosa ci si riesce ad immaginare se la stessa frase si chiude con un punto e a capo o solo un punto.
la prospettiva può variare molto.
no? no! no.

prospettico

che bello quando vedi qualcuno che conosci ma lui non ti ha ancora vista, ti avvicini per salutarlo e i suoi occhi si aprono in un sorriso!

che bello quando vedi qualcuno che conosci ma lui non ti ha ancora vista, ti allontani per non farti vedere e i tuoi occhi si aprono in un sorriso!

da declinarsi a seconda delle situazioni. usare con moderazione

asfalto

non mi è mai piaciuto tanto farmi toccare i capelli. mio nonno da bambina mi pettinava sempre prima di portarmi a scuola, usava una spazzola di legno con crini gialli che non so se fossero di cavallo ma per me era così, era veramente un pezzo di una coda. mio nonno ci teneva e ci pettinava a lungo, me e mio fratello. lui non si doveva pettinare perché era pelato, aveva solo i capelli attorno alla testa che teneva comunque sempre ben accomodati, e quando andava in giro la testa era protetta dal cappello sia in inverno che in estate. mio nonno si faceva la barba tutte le mattine e ancora adesso ho memoria di quel profumo di schiuma da barba e dopobarba, il vapore sullo specchio del bagno che adesso è nella casa dei miei genitori e quando ci vado ricordo dove stava poggiato il pennello, sulla sinistra accanto al borotalco.

non mi piaceva quando mi pettinava con quella spazzola perché mi lasciava tutti i capelli elettrici. fino ad una certa età i miei capelli sono stati abbastanza lisci, poi hanno iniziato così per caso a muoversi ed ora sono una matassa mossa e inconsolabile, dall’annodamento facile. ancora adesso non li pettino se non sotto la doccia. e comunque terminato di asciugarli son già tornati ad annodarsi e fare un po’ come gli pare.

mia zia era parrucchiera, e sua figlia ne ha seguito le orme finché non si è stancata. mi hanno sempre tagliato i capelli loro, e pure da loro non mi piaceva farmi pettinare. mia cugina ha sperimentato con me diverse acconciature e tagli, perché la mia oltre che essere matassa è pure folta, e tanti capelli significa tante possibilità. sarà anche per questo che non amo molto andare dalla parrucchiera. però ci vado, perché le matasse ogni tanto hanno necessità di essere sbrogliate e sfoltite.

è da un paio di anni che vado da questa parrucchiera cinese vicino casa, negozietto piccolo e senza pretese, ché tanto che pretese posso pretendere con i capelli che ho? così vado da lei, per farmeli spuntare, e lei ogni volta prima me li asciuga e me li liscia così vede meglio come tagliarli. è una perfezionista, non mi stupirei se un giorno misurasse le distanze tra le ciocche con un righello.

io mi siedo, tolgo gli occhiali, chiudo gli occhi e le lascio fare quello che desidera, in ogni caso farebbe comunque di testa sua.

l’altro giorno sono tornata, ero l’unica nel negozio, e alla mia matassa si sono dedicate ambedue le sue figliole, contemporaneamente pettinavano e asciugavano e lisciavano e parlavano sopra la mia testa una lingua a me sconosciuta. parlavano forse dei fatti loro, parlavano forse della mia matassa, parlavano forse dei capelli bianchi che mi crescono tutti su una ciocca a destra. e la madre mi dice sorridendo che ho i capelli bianchi, e io sorridendo le rispondo sì. li ho e non posso farci nulla. potrei tingerli, lo vedo che lei vorrebbe farlo, ma ho sempre poco tempo e tanta tenerezza per questi miei fili bianchi in testa. li guardo e penso a mia nonna, li guardo e penso a mia madre, a tutta la vita passata fino ad ora. la nostalgia si nasconde anche tra qualche filo bianco, riposa tranquilla dietro al ciuffo che mi cade sul viso. non lo voglio cancellare questo bianco, non voglio cancellare i ricordi.

prurito

sono solo al secondo giorno di questo specifico antistaminico dal nome stile storia infinita e già non riesco a tenere gli occhi aperti. non bisognerebbe leggere con foga e furia il bugiardino altrimenti poi si rischia la sindrome del malato immaginario. il fatto che vada bene per trattare anche stati di ansia mi fa ridere, io che quasi mai mi sento ansiosa.

ho il torcicollo, da l’altro ieri si può accedere il riscaldamento ma io resto sotto le coperte e tiro avanti così, attendendo il freddo serio. i piedi restano comunque dei ghiaccioli, e quelle volte che sono caldi me ne accorgo ed è una mia personale anomalia.

il sistema sanitario nazionale dovrebbe essere patrimonio dell’umanità e non zerbino da piedi.

mannaggiacris.