svuotatoio

fuori tempo massimo

ma dove mi credo di andare travestita da pischella. sottotitolo: malvolentieri a spuntare i capelli ora come allora

di vita virtuale a ruota libera

esiste questo gruppo whatsapp di cui faccio parte da anni che è nato su iniziativa di alcuni utenti storici di un forum a sua volta nato da un blog che all’epoca era parecchio seguito. il blog non esiste più, il forum esiste ancora ma ormai praticamente deserto, ed esistiamo noi: poco più di una dozzina di nickname divenuti con il tempo nomi. ci sono stati dei momenti in cui qualcuno si è incontrato, altri invece non si sono mai visti tra di loro, ma dopo anni ci conosciamo e sappiamo parecchie cose delle nostre vite private. il lavoro, gli affetti, i lutti, le passioni. ci si scrive un po’ di tutto, ci sono alcune simpatie più nette ma in generale c’è molta tenerezza tra noi, stiamo portando avanti anni di convivenza virtuale e ci si affeziona sempre un poco.

dalla scorsa settimana ho installato telegram, poiché la storica gestora del forum nonché scrittrice del blog da cui è nato, ha finalmente acconsentito ad unirsi al gruppo, unico vincolo l’utilizzo di telegram (dice che whatsapp l’ha proprio disinstallato perché troppo molesto). fatto sta che installo telegram con il solo scopo di trasferirmi all’interno dello stesso gruppo cambiando solo piattaforma, e dopo circa mezz’ora che l’ho installato mi arriva un messaggio privato da una persona a me ignota.

scopro che è un altro nick, di quando chattavo su quelle chat di gruppo che esistevano vent’anni fa. non so se ci sono ancora, di sicuro non sono più di moda. ci scriviamo un po’, giusto per ricordare un paio di cose, e da allora sono entrata in uno stato d’animo malinconico. non c’è mai stato nulla tra noi due, mai visti, non ricordavo neppure ci fossimo scambiati il numero ma evidentemente così è stato. lui mi aveva ancora in rubrica mentre io non più. ricordo che andavo all’università, non ricordo bene in che anno iniziammo a chattare. all’inizio in pubblico, come con tanti altri habitue della chat, poi probabilmente un po’ di messaggi privati ed è nata una sintonia. a vent’anni, protetti dallo schermo, nella rassicurante tranquillità della propria stanza, ci si poteva aprire il cuore e raccontarsi le proprie brucianti passioni e le gigantesche delusioni che solo a vent’anni si pensa di essere in grado di provare. ricordo che un pensiero di andare a trovarlo, nel giorno della sua laurea, lo feci. me lo sono ricordato subito nel momento in cui ho capito di chi si trattava. ricordo che pensavo che avrei potuto prendere un treno, sapevo il giorno in cui si sarebbe laureato. non ne conoscevo il viso ma solo il nome. fantasticavo di me stessa seduta un po’ discosta, ad osservare questo ragazzo circondato da parenti e amici, ad osservarlo mentre lui si accorgeva che lo stavo guardando. poi ad un certo punto lui si sarebbe avvicinato e io gli avrei detto “complimenti per la laurea” e poi l’avrei salutato chiamandolo con il suo nickname e … e il resto finiva in punti di sospensione che restavano in sospeso nella mia stanza. lui non lo sa, non so se glielo dirò, non so neppure se ci scriveremo ancora. cosa si può condividere con una persona con cui si chattava quasi mezza vita fa?

sono disabituata, afflitta, fatalista, avvilita in questo momento. vorrei qualcosa che neppure so. non voglio nulla, solo fantasticare come se il tempo fosse tornato indietro e non ci fossero lavatrici da stendere e commissioni urgenti da sbrigare. vorrei stare distesa sul letto della mia camera e non fare nulla fino a sera.

debito

va bene che sono scostante e poco accorta in questo spazio di assoluta mancanza di regole che mi sono creata a mio uso e consumo, però ero convinta di aver pubblicato dei pensieri legati alla socialità. e sono convinta di averli scritti a pasqua o pasquetta, proprio prima di un evento sociale a cui avrei partecipato. mi ricordo sdraiata sul letto a scrivere tutto il disagio del sentirsi fuori posto e fuori tempo che mi stava già invadendo i polmoni e le viscere. però ecco, pare non ci sia. non lo trovo.

ovviamente era una tra le cose più lunghe meglio scritte che sia apparsa qui da lungo tempo a questa parte.

direi che l’oblio incosciente dell’etere in cui ho gettato lo scritto inconsapevole, è la famosa morale della favola.

non ne vale quasi mai la pena di sentirsi chissà chi

propedeutica

troppa vita tutta insieme che però non si lascia osservare e io giro giro giro attorno a pensieri che muoiono asfissiata da un sottile tanfo di insoddisfazione come di fiori putrescenti bellissimi da vedere ma marci e che ti tolgono il respiro vorrei vomitare il borbottio che si rimescola dentro lo stomaco e s’insinua tra i filamenti dei muscoli dei tendini togliendo forze movimento azione mi sento così immobile ma non riesco a riposare vorrei potermi lobotomizzare a richiesta per sospendere il giudizio lasciar fluire andarmene da qui dai denti che si stirano su labbra screpolate finte indefinite fasulle non c’è sostanza non c’è sospiro non c’è sostegno non c’è sostituzione non c’è sosta e scampo scappando da una porta che mi si chiude addosso

ho fame

per ogni volta che sarò triste

ripudio

e non c’è altro da aggiungere

coriandolo

a volte mi viene da pensare che ciò che riempie ogni cellula del mio corpo è una densa e vischiosa melma di connessioni elettriche il cui unico scopo è la strenua resistenza ad ogni forma di coinvolgimento. ma senza alcun vanto, non una forma di protesta alla moda per sentirsi migliori, superiori, intellettualmente autosufficienti. no. è una banale e anche un po’ noiosa constatazione del fatto che potrei cancellare la maggior parte delle interazioni che ho e non risentirne. potrei passare giorni in silenzio

la mia testa è piena di buone intenzioni e puntini di sospensione

immobile

una fine che non esiste e che contiene il solito ciclico inizio. inadeguatezza e insofferenza di me stessa, cambiare senza fare nulla e volere tutto differente ma non creare occasioni, possibilità.

sono solo dolore con un po’ di pelle intorno